KINO

Il numero 8 di Kino-Pravda, si apre con una lite tra due uomini. Uno dice, “Saranno di certo fucilati.” L’altro ne dubita. “Scommettiamo,” recita la didascalia.

Stanno parlando del processo politico agli S.R. (abbreviazione di Partito Socialista Rivoluzionario) messo in atto dai Bolscevichi. Sono gli anni tra il 1919 ed il  1922 e  Dziga Vertov sta costruendo una delle più audaci sperimentazioni della forma cinematografica di quegli anni. L’uomo sul tram è lo stesso Dziga Vertov. L’uomo che scommette sulla fucilazione è suo fratello, il cameraman Mikhail Kaufman. L’altro scommettitore è Ivan Beliakov, l’operatore e grafico di Vertov. L’uomo in coda per il giornale è un amico di Vertov, il cameraman Aleksandr Lemberg. In altre parole, sono tutti Kinoc (“uomini del Cine-Occhio”), membri di un gruppo che, ironicamente, aveva condannato qualunque forma di recitazione al cinema, d’altronde Vertov non si sentiva mai prigioniero dei suoi stessi dogmi.

A distanza di un secolo, ci ritroviamo ad essere diventati noi stessi spettatori e interpreti del cineocchio televisivo, BigBrother e reality-show sono spettacoli nei quali non vi sono forme di recitazione eppure nella sua realtà sembra tutto finto, è l’uomo che si finge e collassa su se stesso, sulle sue passioni, le sue convinzioni, le sue ambizioni, la finzione diventa  realtà ed il confine non è più percettibile. Stranamente nessuno ha mai pensato di rinchiudere in una casa, filosofi, religiosi, scienziati ed artisti, eppure probabilmente questo sarebbe decisamente più interessante e formativo per l’essere umano. Linguisti e studiosi di vario tipo considerano da tempo il reality- show come un genere a se stante, con caratteri propri sia linguistici che di contenuto,  dunque è ormai acquisito dalla modernità che il linguaggio è potere, dare nome alle cose equivale a definirne la natura, ammettere l’uso di un certo linguaggio contribuisce a definire le caratteristiche specifiche delle cose, dunque cosa fare per questa ingerenza di potere nel nostro linguaggio e nelle nostre vite ? Noi crediamo che il documentario sia il cavallo in C3, efficace sia in difesa che in attacco, capace di narrare il vero restando nel vero, cercare l’esperienza diretta e nel contempo evitare di fornire un informazione unica e valida per tutto, ma piuttosto stimolare il pensiero e la domanda, girare un documentario non è finzione, ma è vivere l’esperienza nel modo di chi pone la massima attenzione a ciò che è dall’altra parte dell’obiettivo, è  soprattutto un lavoro relazionale che sviluppa e potenzia le facoltà di chi la pratica.

Tornando al Kino Pravda, la scena cambia, e ci troviamo in tribunale. I giudici sono usciti per deliberare. C’è qui un inserto: il quadrante di un orologio, con un dito che ne muove le lancette ad indicare lo scorrere del tempo. In strada le persone raccolte attorno ad un’edicola attendono l’uscita del giornale con il verdetto, ovviamente c’è anche uno strillone al lavoro. I due scommettitori passano in macchina e prendono anch’essi una copia, “Attento: non devo spifferare il verdetto!” Neanche a dirlo, questo numero di Kino-Pravda consiste per lo più di messe in scena…

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3 thoughts on “KINO

  1. lucanonellospazio ha detto:

    Ke ne dite di girare un reality show dove dentro mettiamo i cannibali della Papua Nuova Guinea e tutti i vincitori delle precedenti edizioni del grande fratello?

  2. LULU VAN DER STROKE ha detto:

    IO RESTEREI NELLE AREE KINOKI KINOPRAVDA…PAROLA VERITA’…
    OVVERO’ NELLA PIU’ GRANDE FINZIONE CHE L’UOMO HA POTUTO CREARE: LA COSTRUZIONE DELL’IMMAGINE PER LA NARRAZIONE-DOCUMENTAZIONE DEL REALE…
    L’IMMAGINE COME COSTRUZIONE DI FINZIONE E DI MORTE…
    ….
    ( )

  3. lucanonellospazio ha detto:

    Parola e verità? Entrambe non esistono, l’una è fine alla comunicazione ed è data da significato e significante, l’altra è presunzione di conoscenza e strumento di potere per sottomettere o liberare! La più grande finzione che l’uomo ha potuto creare, in realtà, non è la costruzione dell’immagine, ma la comunicazione! Il mondo è incomunicabile ma solo interpretabile tramite la costruzione di immagini e suoni, parole per narrare, documentare, conoscersi su di un piano più o meno condiviso. Ordunque vedi che l’ immagine può essere usata per molteplici fini, ma l’interpretazione del sensibile che offre il KINO è la verità narrata e costruita con un fine che ritengo più alto, perché mio proprio, perché vero nulla, ma anche e soprattutto perché senza ne il fine di liberare, ne quello di sottomettere ad un ordine precostituito, che non sia quello dalla mente logica di un narratore-artista, dunque disordine in costante costituzione! Mettere in discussione le presunte verità di stato, di potere, è decostruzione della finzione ed è, infine, vita, perché è processo costante e presente di cre-azione. Il cine occhio che racconta oggi, sempre e solo il passato, è parola immortalata, uguale a se stessa ma che sempre cambia nel presente, è l’oggetto che immobile scorre, è soggetto che ben rischia l’abbandono, dalla fusione che è sempre e solo presente. Non puoi guardare un film o un doc nel passato, lo guardi nel presente, inevitabilmente ciò che fruisci è passato, è stato costruito ed è significato, può essere decostruito e risignificato ogni volta che lo rivedi. Credo che nel momento in cui scendiamo sul piano dell’accordo tra uomini per quella grande finzione chiamata comunicazione, inevitabilmente ci creiamo un fine, che è volontà di potenza, allora il KINO anziché creare un linguaggio per controllare, si consuma in se raccontando, o meglio cercando di narrare il reale nulla, fra l’altro senza mai riuscirci ma almeno senza darsi un inutile e illusorio scopo.

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