Progetto Fx

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Progetto Fx è una azienda di Special Effects Make-Up Artist, nata dall’amore per il cinema horror, splatter e slasher di Paola Emos Rei.

Partner di Treenet Studios nei sui lavori video Paola dice di se:

“Mi piace realizzare  anche  servizi fotografici come se fossero piccoli film, con scene, costumi, oggetti di scena elaborati, attrezzature, ed effetti speciali make-up, campo in cui sono specializzata.

Mi ha sempre affascinato la psicologia della paura e considero l’ Orrore, una delle più alte forme d’arte, che trae la sua forza dall’ inconscio, siamo nati con dei timori istintivi, come la paura del buio o del pericolo in agguato ..

Le fotografie con tematiche horror, fissano questi timori, rendendoli immortali, come in passato facevano solo la pittura, letteratura e la musica ..

Amo quello che faccio! Il mio lavoro coincide con la mia passione, l’immobilità mi deprimerebbe. Così cerco sempre di lavorare il più possibile, mantenendo alti i livelli del rispetto che nutro verso me stessa e per le cose che realizzo.

Per quanto riguarda il mio apporto per il cinema, credo che gli effetti speciali siano le fondamenta per un buon film.
Infatti quando leggo una sceneggiatura, decido (insieme allo sceneggiatore e il regista), quali sono gli elementi e gli effetti più adatti, in modo da rendere il tutto più realistico possibile, anche quando tali effetti non esistono nella realtà.

Modello e creo protesi per realizzazioni di maschere zombie, mostri, demoni e malformazioni…

Realizzo invecchiamenti teatrali e cinematografici; creo effetti con qualsiasi tipo di materiale a disposizione, senza soffermarmi troppo nella ricerca maniacale del prodotto professionale, privilegiando il low cost.
Amo collaborare per realizzazioni cruente che mi spingono sempre oltre i limiti del gore..

Spero che il sito sia di vostro gradimento e che vi piacciano gli articoli sul mio lavoro!

Paola Emos Rei”

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Sulle tracce del cucibocca

presentazione ufficiale venerdì  23 marzo 2012 per il documentrio sulle tracce del cucibocca

 

l’evento si svolgerà presso – CEA di Montescaglioso (MT) – Convento della SS. Concezione

Presentazione progetto. Interventi F. Lomonaco – V. Stasolla – A. Garbellano

30 Marzo – Abbazia S. Michele Arcangelo Montescaglioso (MT)

All’interno della conferenza sui Carnevali e i riti di Basilicata.
Apertura lavori con la proiezione del Docu Film.

Interventi del Prof. Ferdinando Mirizzi docente di antropologia culturale Università di Basilicata.

Un doppio appuntamento a Montescaglioso, in provincia di Matera, allieterà le serate di questo fine mese, 23 e 30 Marzo ore 19.00, con la prima e tanto attesa proiezione del documentario dal titolo “Sulle tracce del Cucibocca”, elaborato dalla solerte mano dei tecnici audio e video della nota e locale Ass.ne Treenet Studios e promosso dal Comune di Montescaglioso. Veri professionisti all’azione, come Francesco Lomonaco e Luigi Gallipoli (Montescaglioso), Angelo Calabrese e Nicola Galante (Ginosa), i quali hanno reso un film quello che sembrava essere un fenomeno in via d’estinzione. Quel fenomeno etno-antropologico riscoperto da Franco Caputo e dai soci del C.E.A. di Montescaglioso, e infine posto nero su bianco da Vincenzo Stasolla, con il primo e sinergico saggio “Dialogo intorno alla maledizione apotropaica” (consultabile anche sul web digitando “vstasolla.blogspot.com”, già ospitato a puntate sulle pagine di Piazzanews e del Corriere del Giorno) che ne ritrae il comportamento di questa misteriosa figura che deambula per le strade montesi durante la notturna vigilia dell’Epifania.

La prima serata di venerdì 23, ore 19.00, presso l’Ex Convento delle Clarisse, sarà interamente dedicata alla visione del Docufilm succitato, con l’intervento di F. Lomonaco, V. Stasolla, A. Garbellano. «La nostra idea di riassumere la Notte dei Cucibocca, citando tutte le ipotesi a livello imparziale», spiega Nicola Galante cameraman della Treenet Studios, «è quella di preservare alcune tradizioni, alcuni rituali e modi di concepire la realtà, che lentamente sembrano ahimè scomparire, e solo mediante un docufilm si è più diretti nel diffondere la conoscenza di questo fenomeno».

La seconda serata di sabato 30, ore 19.00, presso l’imponente Abbazia S. Michele Arcangelo (la seconda in dimensioni nel Sud Italia), vedrà ospite l’Antropologo Professor Ferdinando Mirizzi, dell’Università degli Studi della Basilicata, che esporrà il ruolo e il significato del Carnevalone Montese.

Ma qual è il ruolo del brutto Cucibocca? Secondo Vincenzo Stasolla, il motivo di tale agire (ossia di inveire contro i fanciulli, minacciandoli di cucirgli la bocca) va ricercato nella volontà della popolazione locale di richiamare la fertilità mediante la denuncia del termine dell’autunno e dell’avvio della stagione invernale sino all’ancora sterile pre-primavera, preparando le derrate da consumare con parsimonia (il citato “sacrificio”, col quale si immolano alcune di quelle derrate che i Cucibocca portano con loro e conservano per saziare la figura di Carnevalone [la goffa personificazione del carnevale], insegnando alla popolazione come astenersi per sopravvivere in attesa di una ventura abbondanza), ammonendo i bambini, e annunciando così, mediante i simboli del periodo pre-quaresimale, l’arrivo di un periodo (e di un nuovo anno) di prosperità primaverile, aprendo un rituale che dall’epifania termina con il Carnevalone Montese, sino al dì delle Ceneri. Un agire mascherato che pare essere attinto da antichissime scaramanzie popolari delle antiche etnie Italiche e dagli influssi coloniali Greci. Ovviamente il Cucibocca non trae origine direttamente dalla cultura pre-italica e italica, bensì è il suo agire che, mediante la comparazione etnologica, appare quasi identico ad un sostrato ancestrale che da un lato ancor oggi sorregge la scaramanzia popolare, e dall’altro, sebbene evolutosi per strade divergenti, portò in seguito alla nascita del teatro antico.
In attesa degli imperdibili eventi consigliamo la consultazione del sito www.treenetstudios.com, o ancora l’omonimo profilo Facebook. Per Info, Francesco Lomonaco: 3460930934. E non mancate, altrimenti… attenti al Cucibocca!!!

 

 

IL BUCO NERO

treenet studios

Si definisce buco nero una regione di spazio da cui nulla, nemmeno la luce, può sfuggire. Classicamente questo avviene attorno ad un gruppo sociale emotivamente creativo. Questo gruppo è dotato di un’attrazione gravitazionale talmente elevata da non permettere l’allontanamento di alcunché dal proprio gruppo. Questa condizione si ottiene quando la velocità di fuga dalla società è superiore alla velocità della luce. Un gruppo di questo genere, con questa proprietà risulterebbe invisibile alla società non creativa e la sua presenza potrebbe essere rilevata solo indirettamente, tramite gli effetti del suo intenso campo gravitazionale. Fino ad oggi sono state raccolte numerose osservazioni su società astrofisiche che possono essere interpretate (anche se non univocamente) come indicazioni dell’effettiva esistenza di buchi neri nell’universo sociale. Il termine “buco nero” è dovuto al fisico John Archibald Wheeler (in precedenza si parlava di dark star o black star).   (tratto da wikipedia)

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L’amaro in Bocca

Terminate le riprese per l’ultimo cortometraggio prodotto da Treenet Studios, adesso il via ai primi riconoscimenti.

Girato tra Luglio e Settembre 2011, la storia narra la vicenda di un giovane della provincia materana, Mimì, un ragazzo affetto da una leggera deformità fisica, che però non compromette la sua voglia di vivere, e con un padre cieco da accudire. Un giorno Mimì viene licenziato da Gianni, il suo datore di lavoro e Lucia, la sua ragazza con problemi di tossicodipendenza lo lascia. Nella suggestiva atmosfera del centro storico di Montescaglioso, tra storie di droga, lavoro nero, e periferia difficile si consuma il dramma di Mimì e Lucia.

Scritto da Francesco Lomonaco e Nicola Galante, la regia è stata curata da Saicho Kelsen, collettivo composto da Nicola Galante, Angelo Calabrese e Francesco Lomonaco.

Dies Natalis Solis Invicti

Sono questi ultimi giorni dell’anno tristi e freddi, sembra che il sole con fatica faccia il suo percorso nel cielo e che le tenebre abbiano vinto la propria battaglia sulla luce, sono questi i giorni del Solstizio d’Inverno, 21-22 dicembre, in cui abbiamo le notti più lunghe dell’anno e che a causa dell’inversione apparente del moto solare sono a noi visibili i giorni tra il 22 ed il 24 dicembre. Quando la vita sembra essere entrata nella sua fase finale qualcosa di straordinario accade, la luce ritorna ad aumentare, il sole rinasce  con forza crescente e dona nuova vita al mondo. E’ questo il giorno del 25 dicembre che da millenni l’uomo celebra con riti differenti. Per i Persiani, Mitra il Dio del Sole Inconquistabile nasceva il 25 dicembre (2000 anni prima di Cristo). I festeggiamenti in suo onore iniziavano un mese prima e si assisteva ad una temporanea sovversione dell’ordine sociale, il re veniva sostituito da una persona qualunque, signori e servi si scambiavano i ruoli, le leggi venivano in qualche modo attenuate, omosessualità e travestimento erano concesse ed alla fine l’ordine veniva ristabilito nella notte più lunga dell’anno. Tempo dopo, con la nascita della religione Zoroastriana, questa tradizione venne continuata e la festa prese il nome di Yalda, ovvero “natività”, in seguito con la dominazione islamica il significato religioso della festività persiana dello Yalda si perse (come quello di altre celebrazioni zoroastriane), ma ancora oggi in Iran lo Yalda è una delle feste piu’ importanti dell’anno, un giorno nel quale, in modo molto simile al Natale occidentale si festeggia con banchetti tra canti e balli.

Ad Alessandria d’Egitto l’adorazione del Sole ebbe la sua piu’ completa espressione nella grande festa del Natale di Horus. In quella ricorrenza le statue della Dea madre Iside, col piccolo Horus in grembo attaccato al seno, venivano portate in processione di notte verso i campi al lume della torre.

Alcuni secoli dopo gli egiziani, anche i romani festeggiavano qualcosa di simile con le feste in onore del dio Saturno e di speranza per il futuro un po’ come i nostri Natale e Capodanno insieme – c’erano grandi e sontuosi banchetti in famiglia, a volte sacrifici, a volte orgie. Le gerarchie sociali venivano dimenticate, ci si scambiava dei doni, si saldavano i debiti, si sbrogliavano le controversie e si rinnovavano i contratti.

Anche per i popoli pagani dei celti e dei germani si celebravano feste per il solstizio d’inverno. Venivano addobbati alberi con candele, per aiutare la luce a risorgere, e fiocchi, tutto in onore del dio Cerrano, dio cornuto della foresta. Anche il vischio e l’agrifoglio erano ritenute importanti, erano infatti le piante sacre per i druidi.

Con l’avvento del Cristianesimo, una festa così importante non poteva venire facilmente cancellata, e fu così che arbitrariamente si fece coincidere la nascita di Gesù (la cui vera data non si conosce) con il 25 dicembre. L’avvento del Cristo era per i cristiani l’arrivo della Luce della giustizia sulla terra così sembrò opportuno riprendere le vecchie festività pagane, ancora molto amate dalla popolazione e riconvertirle. I millenni di dominazione hanno poi fatto il resto.

Oggi il consumismo – capitalismo, la religione del nuovo millennio, ha ripreso i simboli del passato che le interessavano, il vischio, l’albero addobbato, la tradizione di scambiarsi dei doni, in alcuni casi facendone addirittura un logo per la propria Corporation, come il caso di Babbo Natale per la Coca Cola. Da questa fusione tra tradizioni del passato con l’esigenze del presente, ne ha fatto nuovi riti per celebrare ciò che prima non era nulla di più che la nascita del sole coincidente con ciò che la scienza e millenni di osservazione degli astri ci dicono essere il fenomeno del Solstizio d’inverno. Di tutto questo oggi neanche ce ne accorgiamo, impegnati come siamo nel lavoro. A testa bassa affrontiamo le giornate lavorative al fine di  guadagnare di più per farci regali che siamo indotti a comprare dalle pubblicità I debiti però non vengono cancellati, l’ordine sociale non viene stravolto ma anzi, viene sottolineato il sistema di potere: la festa diviene fonte di nevrosi e la corsa agli acquisti amplifica le differenze sociali.

Noi di Treenet Studios, impotenti di fronte a tutto ciò, non possiamo far altro che ricordarvi che cos’è in realtà la festività che tanto ci affanniamo a celebrare, e invitarvi ad osservare l’astro e la natura ai quali dobbiamo la vita.

Pertanto vi auguriamo un Buon Solstizio d’inverno a tutti.. o se preferite, più semplicemente  BUON NATALE !

Sulle tracce del Cucibocca

Sono cominciate le riprese per il Docu-Film “Sulle tracce del Cucibocca”.

Il progetto lanciato da Treenet Studios nell’ambito delle sue attività promozionali della cultura Lucana, sarà sostenuto dall’Assessorato alla promozione turistica della Provincia di Matera e si avvarrà della collaborazione  del CEA di Montescaglioso, Ulderico Pesce e della Sala di registrazione F. De Andrè.

Il Cucibocca è una tradizione  unica in tutto il Meridione: misteriose figure vestite di scuro, mantello o vecchi cappotti, in testa un cappellaccio o un disco di canapa da frantoio, il viso incorniciato da folte barbe bianche. Al piede una catena spezzata che striscia sul selciato con un sordo rumore. Bussano alle porte e chiedono offerte in natura. In mano un canestro con una lucerna ed un lungo ago con cui minacciano di cucire la bocca ai bambini. Scompaiono nel buio con l’avanzare della notte. I bambini, attratti ma spaventati si rifugiano tra le braccia dei genitori e rientrano in casa per andare presto a letto permettendo alla Befana di riempire le calze con giocattoli, dolciumi e regali. Così come vuole la tradizione, in casa e in piazza, si consumano i nove bocconi delCucibocca. Nella misteriosa notte che precede l’Epifania si concentrano riti e credenze delle grandi comunità contadine che per secoli hanno maturato nel profondo della propria identità tradizioni mutuate dai tempi più remoti. Il cucire la bocca segna la fine delle libagioni natalizie. L’avvicinarsi della Quaresima induce al digiuno ed alla astinenza dalla carne, per altro ancora praticate nella vigilia dell’Epifania nelle comunità italoalbanesi della Basilicata e della Calabria. Secondo una credenza ancora presente in molti paesi del Meridione, nella notte del 5  Gennaio, le anime dei defunti, tornano tra i vivi dal Purgatorio e si dirigono verso le case ove hanno vissuto. Il corteo sfila nella notte più profonda, invisibile ai viventi che, nel totale silenzio, si barricano in casa e lasciano un’offerta, libagioni e acqua per dissetare le anime arse dalle fiamme. Il misterioso corteo dei Cucibocca, con un fiammella in un canestro, la catena al piede che segnala la loro presenza e la richiesta del silenzio e dell’offerta, appare una rivisitazione della processione delle anime del Purgatorio… [testo a cura di Franco Caputo, CEA]

Cinema Lucano tra peperoni, Aglianico e petrolio

Nel panorama ortofrutticolo lucano, i Peperoni di Senise sono uno dei prodotti tipici più rappresentativi della cultura e della tradizione gastronomica della Basilicata, accompagnati con il baccalà costituiscono uno dei piatti della “cucina povera e umile fatta d’ingenuità caduta nel gorgo perfido della celebrità” come recita una canzone di Paolo Conte.  Lo stemma della regione Basilicata raffigura tre linee blu che vanno a formare un onda, non si sà se per sottolinearne la ricca presenza delle acque o per rappresentare quel senso di annegamento che da oltre un secolo porta migliaia di lucani ad emigrare. Nonostante il vero Lucano sia “amaro”, e dalla vita le donne non vorrebbero che un lucano, oggi ci ritroviamo sempre quei soliti quattro amici al bar a dover lottare contro le nuove trivellazioni o a impedire che paesaggi costieri diventino depositi di barre di uranio e rifiuti tossici.

Ma non è di questo che voglio parlare, da piuttosto del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini o di The Passion di Mel Gibson che più del peperone crusco o dell’Aglianico del Vulture rappresentano questa terra nel mondo. E già, perché è meglio parlare di finzione quando la realtà è ben diversa, qualcuno dice che dalla finzione del cinema e del teatro si possono nutrire anima e senso critico, quel senso critico (e non la critica fine a se stessa) che noi lucani non abbiamo mai avuto troppo sviluppato, o che forse ci è stato estirpato con le occupazioni straniere, con le vessazioni dei galantuomini o con le fucilazioni di quell’ unità di Italia, che piuttosto che unire ha diviso le madri dai figli in quel flusso di emigrazione che non ha mai visto momenti di vera tregua.

Terra immobile, metafisica e senza tempo, dove dal 1950 al 2007 sono stati girati 36 film ed un numero imprecisato di documentari, cortometraggi, spot ecc.  Un numero enorme se si pensa che la Basilicata è una regione dove mancano i collegamenti stradali e le ferrovie, morfologicamente instabile, colline e montagne, popolate di paesini sperduti, dove la vita scorre lenta al ritmo di tradizioni e riti rimasti intatti nei secoli. A breve tutto questo potrà sembrare un ricordo, queste eremi sono abitati da anziani-custodi di quella cultura antica, saggia ed ospitale, ricca di sfumature e legata alle attività della terra, quella cultura che in film come I Basilischi, Il demonio, Terra Bruciata, Cristo si è fermato ad Eboli, è stata usata pretestuosamente per  mostrare l’arretratezza meridionale (vera arretratezza o avanguardia?).

Oggi però noi giovani abbiamo una responsabilità ed anche una possibilità, per chi è cresciuto a pane (o meglio a tarallucci, vino) e dvd, la nostra terra rappresenta un serbatoio di paesaggi unici, intatti, che possono diventare attrazione sul grande schermo, il regista Francesco Rosi lo capì benissimo quando presentò il suo Cristo si è fermato ad Eboli, per la prima volta ad un festival fuori dall’ Italia, ebbe a dire “cosa capiranno questi,  in America, a Chicago? I calanchi, le terre arse, i contadini, cosa capiranno? ebbene alla fine della proiezione piangevano tutti”.  Si trattava di Craco, un paese fantasma oggi diventato meta di turisti, cineasti, artisti.

E’ dal primo set importante che si è cominciato a parlare di fare della Basilicata una terra di cinema e turismo, anche perchè era evidente che non sarebbe mai stata una regione industrializzata, e di questa fortuna solo oggi possiamo capirne l’importanza, anziché accumulare scheletri di capannoni industriali, abbiamo accumulato capitale di conoscenze, siamo emigrati, siamo ritornati, siamo ripartiti e alle porte del 2012, siamo di fronte ad una nuova sfida, quella della Film Commission Basilicata. Un iniziativa di cui da oltre 12 anni si discute, e che grazie al web 2.0 e ai numerosi lucani che oggi operano nel cinema, ha ripreso ad essere argomento di discussione. Film Commission vuol dire attrarre investimenti, fornire servizi, formare le manovalanze, educare il grande pubblico. Abbiamo l’opportunità di riprendere le vecchie maestranze e riconvertirle per fornire servizi alle produzioni, abbiamo la grande fortuna di trasformare la nostra ospitalità in opportunità lavorativa, lavorando sul terziario e la comunicazione possiamo offrire pace e tranquillità per la mente e l’anima, e in tutto questo non ci servirà inseguire affannosamente la velocità del mondo ma ci basterà aspettare che esso rallenti e venga tra le nostre colline per ripensarsi, ed in tutto ciò potremmo ritrovare il nostro posto senza essere avulsi o inglobati e stritolati.

In questo contesto dovrà diventare prioritario rieducarci, a partire da quei piccoli centri dove la televisione ha creato alienazione. Nel recente forum per la Film Commission del 16 novembre, l’attore lucano Ulderico Pesce ha espresso l’idea che è più importante portare il cinema nei piccoli paesini come S. Paolo Albanese (poco più di 300 abitanti) piuttosto che parlare di grandi produzioni nella città di Matera, la Basilicata non è solo i suoi 2 centri più grandi, ma è un caleidoscopio di centri abitati quasi isolati e collegati al mondo più dalla televisione che da internet o da superstrade, per questo il cinema e il teatro nei piccoli centri, sempre secondo l’attore, possono permettere alla gente di ritrovarsi per discutere e sviluppare l’uomo e l’anima coltivando la bellezza. A questa grande sfida, noi lucani che operiamo in questo settore e che ogni giorno ci scontriamo con la difficile realtà, dobbiamo farci trovare pronti, uniti per dare il  nostro contributo alla terra che tanto amiamo e dalla quale non vorremmo separarci, come aveva a dire il poeta lucano R. Scotellaro, “la terra mi tiene” e allora coltiviamola.

(..Sradicarmi? la terra mi tiene/e la tempesta se viene/mi trova pronto..)